Via “Atommyco” sulla cima d’Agola

Atommyco”  è l’ultima mia via che ho finito e liberato quest’estate (2017)  in val d’Ambiez, più precisamente sulle placche inviolate della cima d’Agola.

Una via nata nel 2014 con Lorenzo Moretto dove aprimmo solo lo zoccolo, ovvero i primi 2 tiri. Poi passò un po’ di tempo e nel mentre presero forma:

  • “Sguardo al Passato” sulla cima bassa d’Ambiez (300mt, 7a max, RS2, Simonini-Bellamoli)
  • “Pilastro Zambaldi” cima inedita su parete ancora mai salita (370mt, 7a max, R3, Simonini-Bellamoli)
  • “Bastava un piumino” cima inedita su parete ancora mai salita (180mt, 6c max, R2+, Simonini-Bellamoli)

Tre vie fantastiche che mi hanno permesso di entrare in simbiosi con questa magica valle e imparare a “viverci” da chiodatore.

Ogni volta che salivo, però, il mio sguardo era rapito dalla d’Agola e dal mio progetto parcheggiato la, fermo a 60mt dal suolo.  Mi incuteva timore attaccarlo e la paura di non fare un bel lavoro mi tormentava…volevo creare qualcosa di super, qualcosa di “importante”!!! Volevo una sfida dove il risultato non fosse scontato, dove dare il 100% fosse la cosa primaria, volevo mettermi in gioco con me stesso su questo muro aggettante da 300mt a 3000mt di quota.

Questa volta volevo dare importanza all’idea e alla visione piuttosto che alla “solita nuova via” scontata.

Cercavo un’evoluzione sia personale che alpinistica e con “Atommyco” ho decisamente centrato l’obiettivo. I suoi tre anni di maturazione hanno fatto si che il risultato è stato eccezionale.

Questa parete mi ha rapito per 10 giorni tra apertura, provare i tiri e libera…10 giorni passati con vari compagni che ringrazio con tutto il cuore per avermi appoggiato in questo mio personale “Viaggio”.

Ringrazio dunque la mia Lisa, Lorenzo Moretto, Gianluca Bellamoli,Tommaso Marchesini, Nicola Zorzi, Tiziana Najjar, Valentino Farinola e i grandi amici del rifugio Agostini.

Una via frutto di determinazione e amicizia, una via che dedico a mio figlio Tommaso di 2 anni e a tutto il team che mi ha aiutato.

La dedico perciò a Tommy&Co…ed ecco il nome della via “Atommyco”.

 

Foto: Pietro Bagnara

 

Di seguito relazione e tracciato:

 

 

…e grazie a Planet Mountain per l’intervista.

Link: http://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/atommyco-in-val-d-ambiez-nuova-via-di-andrea-simonini-nelle-dolomiti-di-brenta.html

 

Wild Climb, Patagonia, Grivel e ProAction.

 

Buone tacche,

Andrein.

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Settimana al Celibato in Sardegna

Addio al Celibato, o meglio “Settimana al celibato”!

 

Questo è l’ottavo anno che vado in Sardegna per arrampicare, diciamo che una o due volte l’anno è diventato d’obbligo.

Questa volta era un pò particolare la situazione, una sola settimana, un sacco di cose da fare e un team d’elite con il Follez (Lorenzo Moretto) e il Pima (Alessandro Pimazzoni)…ma spieghiamo con calma!!! 😉

 

Tutto è partito con la prima visita fatta a Ulassai nel 2014 con la mia Lisa, ma la fretta e solo un giorno a disposizione ci permetterono di scalare solo a Lecorci. Tornammo poi nel 2016 con amici e bimbi a seguito visitando altri settori e innamorandoci definitivamente di questo paesino sperduto nelle montagne.

Ulassai è un posto magico, a soli 40 min dal mare è inserito in contesto incantato. Sembra quasi che il tempo sia fermo qui, un’aurea surreale domina ogni cosa e i tipici profumi sardi sono amplificati all’ennesima potenza. Sensazioni così forti le avevo provate solo in Patagonia.

Per non parlare della gente, semplicemente fantastica, in una serata al bar conosci tutti e va a rischio che non riesci neanche a pagare un giro di birre…o mirti…o “miscuglio”…o “bella zio”!!! 😉

E poi ci sono i ragazzi del “Nannai”, splendido B&B che fa da ritrovo per i climber e dove i loro gestori si stanno occupando, in ottima maniera, di chiodare e rivalutare questo splendido territorio organizzando meeting di chiodatura e festival.

 

Dunque, quale miglior location per sposarsi… a ottobre 2017 si torna a Ulassai!

Meeting di chiodatura dicevamo (week for bolting), questo è stata la nostra prima tappa di questa pazza settimana in sardegna.

Ospitati al Nannai abbiamo avuto l’onore di iniziare ad atrezzare una nuova parete completamente vergine. Un muro incredibile lungo 600mt che aspettava solo che qualche chiodatore iniziava a creare nuove linee. Ecco che in 3 piene giornate chiodiamo, sempre capitanati dal local e gestore del “Nannai” Ruben, 5 vie tra cui la mia “Crazy Wedding”, favoloso 8a da 40mt.

 

Ci sarebbe da fare per un mese qui e ne saremo onorati, ma i nostri piani ci portano più a nord. Salutiamo tutti, con prossimo appuntamento ad Ottobre, e ci dirigiamo verso il Cusidore.

L’obiettivo è quello di ripetere Umbras, capolavoro firmato Rolando Larcher e Maurizio Oviglia nel 2009.

Abbiamo con noi un porta-ledge, il programma è quello di salire i primi tre tiri il primo giorno, issare il porta-ledge per bivaccare e il giorno seguente guadagnarsi la cima e RP con calma!

Attacchiamo la via verso le 14 e i primi tre tiri filano via lisci. Arrivati a L3 pianifichiamo il bivacco montando il porta-ledge, un’amaca e organizziamo bene tutto il materiale, cosa importantissima per queste lunghe permanenze in parete, il casino è solo d’impiccio!!!

Alle 21 siamo con i piedi a penzoloni e sotto di noi ci sono 140mt di vuoto. La vista è splendida e la campagna di Oliena per questa sera sarà la nostra finestra della camera.

Tutto sembra andare per il verso giusto, abbiamo mangiato e il sonno si fa sentire. Ci infiliamo nei sacchi a pelo e partiamo per il mondo dei sogni.

Alle 1.15 ci svegliamo di soprassalto, uno strano rumore metallico ci ha svegliati e il nostro comodo lettino ora è decisamente inclinato verso valle!!! Dopo un’attimo di scompiglio, accendiamo le frontali e realizziamo che due delle otto stringhe del porta-ledge si sono rotte!!! Raggiungo un miracoloso ginepro vicino a noi per collegare con un pezzo di corda la nostra “branda”, cercando cosi di riparare al danno…sarà una lunga notte!!!

L’alba arriva puntuale e il nostro “tirante” di emergenza fa il suo sporco lavoro! Ore dormite? Piu o meno due! Facciamo cmq colazione e discutiamo sul che fare. I tiri che ci aspettano sono i piu duri (7c+, 8a e 7c) e aveva senso affrontarli riposati, cosi con due ore di sonno alle spalle penso che non abbia nessun senso continuare!!! Sarà per la prossima volta dai, è stata cmq un’avventura unica. Riorganizziamo il materiale e con calma ci caliamo.

Arrivati all’auto ci tuffiamo sui sedili e crolliamo in un sonno profondo….

 

E’ il penultimo giorno e abbiamo davanti tutto il pomeriggio…che fare?

Ancora un pò rintronati dalla folle notte decidiamo di fare una capatina a Cala Gonone. Noleggiamo un gommone, il mare è piatto e la giornata splendida…ma non poteva essere una classica gita in gommone, abbiamo con noi anche un paio di scarpette e magnesio per fare deep-water!

Dopo un paio di pause relax in spiaggette raggiungibili solo via mare, troviamo parecchi spot interessanti da arrampicare. Il più incredibile di tutti è una fessura a 15 mt dall’acqua che passa sopra una grotta, una linea super estetica e veramente bella. La chiamiamo “Addio al Celibato” 6c.

Wow che giornata incredibile, siamo passati ad una big wall a fare deep water, “This is Sardinia!”.

 

Riusciamo a consegnare il gommone intatto e ci dirigiamo dall’amico Angelo al Rifugio Gorropu, appena fuori da Cala Gonone per la cena a base di porceddu e cannonau….e mirto.

 

Ultimo giorno. Abbiamo il traghetto alla sera. Proprio questo giorno il Giro d’Italia passa di qui e le strade sono tutte chiuse o interrotte. Decidiamo di scappare nell’entroterra, passiamo da Pattada e raggiungiamo Olbia nel pomeriggio. Un pomeriggio incredibile dove riusciamo a salire trad qualche facile nuova linea sulle splendide palle di granito pochi chilometri fuori dal porto. La piu bella è “L’uomo che leccava le caverne” 6a.

 

E’ giunta l’ora di imbarcarsi e, sorseggiando l’ultima Ichnusa sul ponte della nave, andiamo dritti dentro il sacco a pelo.

 

Una settimana direi bella piena, ricca di avventure. Una settimana per me indimenticabile. Grazie di cuore ai grandi Follez e Pima per aver trascorso un’incredibile “Settimana al Celibato”!

 

Prossimo appuntamento? Ad Ottobre per il matrimonio.

 

Aiò…

Patagonia Europe Meeting

Pochi giorni fa ad Arco si è svolto un meeting Patagonia dove ho avuto l’onore di essere invitato.

Due belle giornate dedicate la mattina “alla teoria” con il grande Norbert e il pomeriggio a divertirsi a scalare in falesia!

Special guest Alex Megos che in questi due giorni non ha perso tempo in chiacchere ma si è fumato l’ennesimo 9a nella falesia di Narango.

Io nel mio piccolo sono riuscito in un 7b+ a vista e, gasato da quanto si tiene Alex, ho provato un 8a a vista…fallendo per poco!! 😉

Beh che dire, tanto di cappello a questa macchina da guerra tedesca che dedizione e allenamento all’ennesima potenza lo hanno reso uno degli scalatori più forti al mondo…contento di averti conosciuto e di averti fatto sicura my friend!!! 😉

 

Buone tacche,

Andrein.

“Eldorado” alla Chiusa di Ceraino

C’è un luogo nel Veronese dove il passato e il futuro si fronteggiano in silenzio: è la Chiusa di Ceraino, la grande gola che l’Adige percorre prima di lasciare definitivamente dietro di se le montagne e gettarsi nella pianura.

Sulla destra idrografica del fiume troviamo la storica falesia di Ceraino, famosa per le sue placche e per la qualità del calcare, mentre la sinistra idrografica (sponda orientale) vaga in un’atmosfera di mistero, quasi non ci fosse.

Al primo approccio si presenta decisamente incombente, la sua roccia sfuma da gialla a marrone fino a raggiungere il grigio sulle fasce finali. L’occhio si perde a seguire fessure, diedri, placche e canne bellissime per tutti i suoi 100mt di altezza.

Si sta parlando di un posto spettacolare nel Veronese: “Eldorado” alla Chiusa di Ceraino.

1.ELDORADO, no gradi

Un posto incantato che da il 2011 e oggi è diventata un pò la mia “Tela” dove mettermi in gioco e creare capolavori indelebili.

Seguito sempre da grandi amici qui ho perfezionato e rafforzato la mia etica di aprire vie dal basso con cliff e trapano, ad eccezione di “L’avevo vista prima io” che il trapano l’abbiamo usato solo alle soste…. 😉

Le vie sono tutte bellissime e ottimamente chiodate, qualche run-out qua e là richiedono al ripetitore un pelo di convinzione e padronanza dei gradi, ma si sarà di sicuro ripagati una volta raggiunto il prato sommitale.

 

 

Avvertenza:

Queste informazioni sono state scritte con la massima coscienziosità e serietà ma non si garantisce per eventuali errori o incompletezze. Ricordo, inoltre, che arrampicare è uno sport potenzialmente pericoloso per cui non mi assumo nessuna responsabilità per eventuali incidenti o qualsiasi altra conseguenza.

“Bastava un Piumino” – Pilastro Canino

Nuova via “Bastava un Piumino”

 

Tutto ebbe inizio durante le due giornate di apertura (24/25 giugno) al super progetto della nuova via alla cima d’Agola con il Tommy (Tommaso Marchesini) e il Nic (Nicola Zorzi).

Appeso, tra un volo e l’altro, mi cade l’occhio laggiù a circa 500mt da noi su una fessura incredibile e penso….chissà che via passa da lì, deve essere una figata!!! Ritorno in me e procedo a cliffare schifezze guadagnando in due giorni una buona quarantina di metri. Sarà un bel cantiere ma sarà anche un’altra storia!!!

Rientrato a casa cerco sulla guida che via passa da quella super fessura e…..non c’è nessuna via lì!

Mi sembra impossibile che una linea così sia scappata all’occhio dei grandi alpinisti che si sono cimentati in Ambiez.

9.Magica Ambiez

Chiamo il grande socio Gian (Gianluca Bellamoli) e gli propongo di andare a fare un giro a vedere com’è la situazione, per vedere se effettivamente la “nostra” linea fosse libera. Ovviamente il Gian accetta subito la proposta e partiamo prendendo tutto l’occorrente per aprire una nuova via, anche se siamo convinti di trovare la via già chiodata.

Ci basiamo su alcune foto fatte con il cellulare (orrende) e in men che non si dica siamo al cospetto di questo pilastro. Lo scrutiamo in ogni sua ruga ed entrambi speriamo di essere i primi ad avere intuito questa sua nuova linea. Ci leghiamo e parto. Il primo tiro è facile e dopo 50 mt sono alla base della fessura che indica la via. Non ho trovato nessun chiodo di passaggio e (mentre allestisco la sosta) mi guardo in giro sempre con il “chiodidetector” inserito e non vedo nulla. Recupero il Gian e solo adesso ci rendiamo conto di essere i primi a mettere le mani su questo capolavoro.

3.Gian su L1

Gian su L1

A questo punto parte una serie di tiri che sono una figata pazzesca! Non che il primo sia brutto eh, la fessura detta la direttiva della via e i friend vanno giù come ridere. Apriamo due tiri bellissimi e adesso siamo alla base di una fessura off-width, ovvero fuori misura.

5.Gian su L2

Gian su L2

6.Andrea sul bellissimo L3

Io su il bellissimo L3

 

7.Andrea sulla spettacolare off-width di L4

Io sulla super fessura off-width di L4

Abbiamo con noi una serie di friend fino al 5 BD e dopo 4 metri dalla sosta mi accorgo che questo “amico viola numero 5” sta già facendo il suo sporco lavoro. Bene e adesso?!? La fessura continua ad essere fuori misura per mettere friend, forse il 6 (che non abbiamo) potrebbe andare, ma poi chi ce l’ha il 6?! E se non va bene neanche il 6?!?

Vabbè, mi appendo al friend e decidiamo di mettere 3 spit in questa sezione di fessura californiana, poi run-out, rimetto il friend del 5 e arrivo in sosta!

E’ presto e abbiamo tutta la giornata davanti ma fa un freddo cane. Siamo a 2800mt e perdipiù si è messo anche a tirare vento, ci saranno 5/6 gradi.

Il Gian cerca il suo piumino nel saccone ma si accorge che invece è rimasto in macchia. Gli dico di usare il mio che tanto io ero ancora caldo per il tiro appena aperto, ma una bottiglia d’acqua bucata ha completamente bagnato il mio piumino rendendolo inutilizzabile. Troppo freddo per continuare con solo una felpetta e un antivento. Ci caliamo.

Siamo contentissimi per i metri guadagnati, la bellezza e logicità della via ma allo stesso tempo ci dispiace essere con i piedi per terra  perché ci sarebbe piaciuto aprire la via in una giornata sola…sarà per la prossima!

Ecco perchè il nome della via “Bastava un Piumino”.

Torniamo dopo una settimana, lo zero termico è a 4200mt e si sta da dio. Ri-arrampichiamo la via liberando tutte le lunghezza  fino alla fine della off-width e con altri due tiri bellissimi aperti da un super Gian siamo in cima a questo pilastro ancora vergine che decidiamo di chiamare “Pilastro Canino” per la sua forma appuntita.

12.Sulla Cima del Pilastro Canino

Sulla cima del nostro “Pilastro Canino”

11.Libro di via

10.Libro di via home made by Gian

Libro di Via

Una via, a nostro avviso, meravigliosa che segue una linea incredibile, fessure perfette e logica impeccabile ti fanno raggiungere la cima completamente in sintonia con l’ambiente circostante!!!

Ancora un gran avventura ricca di emozioni. Grazie Gian…”però il rientro in bici non lo fò altro!!!”.

 

Grazie di cuore anche ai mitici amici del rifugio Agostini.

13.Rifugio Agostini

14.Da sx a dx, Gian, Roby, Andrea e il mitico Ignazio

 

 

 

Ecco il tracciato e la relaione by Gian:

2.tracciato

2.1 Relazione

 

 

 

Ringrazio: Wild Climb, Patagonia e ProAction.

Buone tacche,

Andreino.

Jamaica

Settore “Jamaica” – Vajo dell’Orsa

schizzo

 

Caraibi, mare cristallino, sabbia finissima e marijuana doc!!!  😉

Ecco, non centra niente…”Jamaica” è semplicemente il nuovo settore nato quest’inverno (2015/2016) nello spettacolare posto che è il Vajo dell’Orsa.

“Jamaica”, oltre che ad essere il nome del settore, è la via più caratteristica della falesia e a mio avviso uno dei tiri più splendidi ed estetici che abbia mai fatto…talmente bello che ha dato il nome alla falesia (tiro che abbiamo già trovato chiodato, probabilmente da Micheletti negli anni 90 o da qualche ragazzo trentino… se mai troveremo il chiodatore che ci ragguaglia sul nome originale, saremo ben lieti di cambiarlo).

Tutto iniziò ad Aprile 2015 quando il Pastu (Cristiano Pastorello) butto giù la statica su quel muro spettacolare costellato qua e la da canne di tutte le dimensioni. Passò una stagione, e la statica era sempre la, da sola, legata ad un’albero e in attesa di essere risalita.

Il primo a dare il via alle danze fu il Tommy (Tommaso Marchesini) che, rotto il ghiaccio e issato la prima linea, io e il Nic (Nicola Zorzi) lo seguimmo subito a ruota con i lavori di chiodatura.

Nel giro di tre mesi la falesia è pronta, la roccia è unica e la tecnica qui fa da padrona!

Il risultato è semplicemente un super muro da 35mt in un contesto surreale che è il Vajo dell’Orsa.

 

Unico difetto?!? Dopo il riscaldo “Welcome to Jamaica” di 6b+ si arriva su una cengia (attrezzata a DOC) dove da qui partono gli altri itinerari.

Dunque la falesia è leggermente appesa,  ma questa scomodità sarà SICURAMENTE ripagata dalla qualità dei tiri e dalla sua super roccia. Per cui una visita ne vale veramente la pena…

An si, la spittatura non è ascellare!!! 😉

 

 I Tiri:

  1. Welcome to Jamaica, 6b+
  2. Ambush in the Night, 7c
  3. Lion Zion Iron, 7b+
  4. Raggae Night, 8a
  5. Sun is Shining, 7b
  6. Jamaica, 7a+
  7. Jamaican Pearl, 7c+
  8. Three Little Birds, 6c

 

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Consiglio una Daisy Chain per muoversi agevolmente in cengia, un paio di ghiere, secchiello per la sicura dinamica e corda da 80mt!!!

 

NB: Tutte le vie sono SPETTACOLARI!!!

 

Ecco due scatti:

Andreino sul labirinto di “Jamaican Pearl” 7c+

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Il Nic sul capolavoro “Three Littre Birds” 6c

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Il Tommy sulla spettacolare “Jamaica” 7a+

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Esposizione e avvicinamento:

La parete è esposta a sud pieno ma haimè il sole scappa dietro ad un monte intorno alle 13/14, ideale per le mezze stagioni.

Per l’avvicinamento basta andare verso la “Ghigliottina”, 100mt prima parte un nuovo sentiero sulla destra che porta alla parete, 15/20min del parcheggio.

 

Buone tacche,

Andrein.

 

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Ringrazio: Wild Climb, Patagonia e ProAction.

 

Avvertenza:

Queste informazioni sono state scritte con la massima coscienziosità e serietà ma non si garantisce per eventuali errori o incompletezze. Ricordo, inoltre, che arrampicare è uno sport potenzialmente pericoloso per cui non mi assumo nessuna responsabilità per eventuali incidenti o qualsiasi altra conseguenza.

Video “Zamba”.

Prima di tutto voglio ringraziare Wild Climb Shoes, CAI Cesare Battisti Verona e Open Circle che hanno reso possibile la realizzazione di questo piccolo GRANDE “film”.

Poi che dire, è tutto racchiuso in questi 6 minuti e 30: la forza della cordata, l’alpinismo esplorativo, l’amore per una gran compagna di vita, la passione e rispetto verso la montagna, l’arrivo di un bimbo…noi ci abbiamo messo il cuore, poi le immagini fanno il resto…per una nuova via sul pilastro Andrea Zambaldi.

 

Qui il link per il video:

 

Trascrivo due parole scritte dal “Pepe” Pietro Bagnara:

“C’è un fatto, una cosa che ho capito da tempo: io non so fare i lavori commerciali. Forse me la cavo meglio con quelli che riguardano la fotografia. Ma con i film o i video: ahiii!! Là son dolori. Perché quello che voglio fare è raccontare storie, magari leggere o evanescenti, ma pur sempre storie.
E, dannazione, mi lascio sempre coinvolgere. A volte non ci dormo la notte perché voglio trovare una chiave narrativa o un’idea che funzioni.
“Zamba” fa parte di quei lavori che ti segnano e ti restano dentro, capace di emozionarmi ogni volta che lo guardo. E questo mi basta.”

Grazie anche a tutti i vari siti internet e quotidiani che hanno condiviso la nostra avventura e il nostro film:

 

Qui sotto relazione e tracciato.

2.Relazione

Relazione

1.Tracciato

Tracciato

Ringrazio: Wild Climb, Patagonia, ProAction e CAI Cesare Battisti Verona.

Buone tacche,

Andrein.

“Il Tempio delle Cimici”

In questo post colgo l’occasione per condividere una nuova falesia.

Un grande lavoro di chiodatura ad opera di grandi amici….ben fatto!!! 😉

“Il Tempio delle Cimici”

Di Michele Lucchini (Lucco)

 

Certe pareti si scoprono grazie a ponderate ricerche e lunghe sfacchinate; altre le si scoprono un pò per caso, ed è questo il caso del “Tempio delle Cimici”.

Io, il Duzzin e Dimitri, dopo aver fatto una via che sale con due tiri un elegante spigolo sopra all’abitato di Bellori in Val Pantena (per la cronaca: primo tiro niente di che, ma secondo stupendo ed esposto, max 6b+), facciamo una passeggiata costeggiando le belle pareti guardate tante volte dalla strada, ma mai, evidentemente con la dovuta attenzione.

Il Duzzin è il primo ad arrivare alla falesia e ci urla di raggiungerlo in fretta: davanti a noi un muro liscio di calcare strapiombante costellato di tasche taglienti e grosse canne.

Tutto è vergine, fatta eccezione per un monotiro e altro mezzo tiro attrezzati con fittoni abbastanza datati… i misteri della valle! Chi avrà attrezzato questi pochi metri? Forse l’irriducibile esploratore Cipriani? Ancora adesso non siamo riesciti a scoprire l’artefice, ci siamo però limitati a riattrezzare il tutto con materiale più sicuro chiamando le vie “C’era una volta” e “Durex” (per un boulder molto duro a metà).

Oltre gli strapiombi comunque la falesia riserva altre ghiotte sorprese: placche di splendida roccia ci fanno prudere le mani! Chiamiamo i fratelli Dezu, Tommy e Seba, compriamo trapano e spit ed iniziamo a calarci dagli alberi sovrastanti. Ignorando a quel tempo (due anni fa) le tecniche di chiodatura in strapiombo, passammo giornate rocambolesche in cui il primo saliva dal basso in moulinette con la corda passata in chiodi da roccia per tenersi dentro allo strapiombo, mentre l’altro disgraziato si lacerava le anche per fargli sicura con il gri-gri.

Dopo un pò di tempo ci spiegarono che la statica con jumar e gri-gri in beata solitudine era di gran lunga preferibile, se non altro per quello che faceva sicura!

Sono passati due anni e a luglio abbiamo festeggiato l’inaugurazione della falesia con un bel festone a cui hanno partecipato con grande soddisfazione molti ed entusiasti “foresti”.

Ma veniamo alla falesia: in tutto abbiamo attrezzato 20 tiri. Il settore di destra, “l’Altare” è caratterizzato da vie molto strapiombanti, ma con prese enormi e talvolta un pò taglienti; usciti ben cucinati dagli strapiombi, delle delicate canne vi indicheranno la via per la sosta.

Il settore “placchespiombi” è invece più tecnico, ma pur sempre fisico, ed infondo a sinistra c’è anche un magnifico diedro.

La chiodatura, interamente a nostre spese, è tendenzialmente ravvicinata, anche se non manca qualche simpatico run-out.

La roccia, quasi sempre ottima, è dai più svariati colori, nera, grigia, gialla e rossa; solo alcune vie richiedono ancora di essere un poco ripulite dalla frequentazione, ma il grosso è fatto.

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L’accesso:

Da Bellori In Valapantena (VR) oltrepassare il bar “The crazy wolf”, prendere la seconda a sinistra ed entrare nella contrada Dorigo; parcheggiare sulla curva (ometto e targa su abete) dove la strada costeggia un torrente. Scendere nel letto del torrente e attraversarlo, risalire le scalette per poi seguire la traccia di sentiero che sale zig-zagando. Giunti alla base delle pareti costeggiare verso destra fino ad individuare delle staffe metalliche che salgono alla falesia. 30 minuti.

L’esposizione è est, ed il posto abbastanza fresco, d’estate è in ombra dalle 10:30. Come gran parte delle falesie della valle le mezze stagioni (ci fossero ancora governo ladro) sono le più indicate.

 

Infine il nome:

Il luogo, se vorrete visitarlo, ha un che di mistico. Il settore “Altare” è sospeso su una grande cengia pianeggiante rossa e solo arrivare lì merita. Le cimici perché quando per la prima volta siamo arrivati lì nei buchetti ce ne erano molte, ora non più. Ma il Duzzin ha insistito, nonostante alcune resistenze, per chiamarlo “Il Tempio delle Cimici”. Perché, “alla fine poverette c’erano prima loro”…

 

Ecco alcune foto…

Tommy sulla Bocca della Verità

Tommy su “La Bocca della Verità”

fiesta!

Fiesta!!

 

Tommy su durex

Tommy su “Durex”

 

Lo zoccolo duro de''inaugurazione (1)

L’inaugurazione

 

Ivo e il Duzzin

Ivo e il Duzz

 

I Chiodatori

I Chiodatori

 

Falesia della Sega “La Lama”

“LA LAMA”

Un pò lunga ma è la sua storia:

Di Francesco Chicco Fontebasso

“C’è un posto, incastrato tra le pieghe della Lessinia, nel punto in cui l’altipiano precipita (irrimediabilmente e dal lato sbagliato) nella Val d’Adige, dove sono immortalate sulla roccia storie di amicizia, amori e ricordi.
Si parla di emozioni. E si scrive su roccia. Quella, appunto, della parte sbagliata della Val d’Adige. Quella che, come fosse un quaderno dove si racconta di vicende e di uomini, spesso si sfoglia.
Alcune di queste pagine sono belle. Molto belle. Di una grana che graffia. E ospitano racconti profondi qualche millimetro. Profondi come le prese che bisogna tenere per leggerne la favola, molte volte tutta d’un fiato, fino all’ultimo capitolo.
Altre sono patinate, delicate, tanto che scivolano via trascinando nel vuoto l’incauto lettore.

Quando si parla di una falesia usando toni come “emozioni”, “favole”, “racconti”, ”amori”, si entra talmente tanto nel personale che diventa difficile essere obiettivi.
Non so più se sia o meno una bella falesia, forse; sicuramente è un posto importante.
Perché è dove ho chiodato la prima via, perché è dove ho chiodato soprattutto per me.

Erano gli anni in cui scalavamo ormai tanto, tantissimo a Ceredo.
Avevamo voglia di siti nuovi, relativamente comodi, con esposizioni nuove, che fossero accessibili anche con il meteo avverso.
Ma guardavamo con occhi strapiombanti.
Così nel nostro vagare provinciale, approfondito e metodico, in un pomeriggio esplorativo come tanti, questa barra di roccia per lo più verticale e peraltro nemmeno tanto solida, ci passò indifferente.
Erano gli ultimi anni del ‘900, gli anni che precedevano il MilleniumBug e i suoi strascichi, e avevamo già visto tutto senza trovare nulla. Ceredo restava (e tutt’oggi resta) la falesia che tutti vorrebbero scovare.
Ma qualcosa cominciava a cambiare. Un tarlo aveva fatto strada. Inconsapevolmente.
Michele Peci Campedelli, Andrea Vecchio Melotti e Roberto Biciu Franzoni tornarono sotto quella barra di roccia. E lo fecero con un trapano a benzina, una manciata di spit e troppo poca benzina.
Nacquero la prima via della falesia, un 7a ormai storico, in seguito allungato, e gli ultimi movimenti di una placca di equilibrio dopo una fessura fisica. E finì la benzina. Poi finì l’estate. E poi fu ancora Ceredo e le sue “inverticalità”.
Dopo l’inverno che ne seguì, avevo ormai definitivamente compreso che non ero capace di arrampicare, se non sulle grosse prese di quella volta incantata. Che i piedi erano un’interessante, ma scomoda e pesante appendice, per come li usavo. Un amico mi consigliò di tornare ai seibì di placca e di imparare a scalare seriamente.
Ho pensato di fare due cose insieme. Imparare a chiodare, continuando quel progetto di falesia alternativa, e prepararmi un terreno verticale che sostituisse PanGullich e trazioni.
Quindi siamo tornati lassù io, un po’ più benzina e il Peci che, finchè terminava di chiodare “Solo per un vecchio”, consigliava a me, sulla linea a fianco, posizionamento, distanze e ancora distanze degli spit.
Era la mia prima via e avevo inconsapevolmente “disegnato”, con la supervisione di quel “maestro”, il seibì che, da solo e per anni, bastò a tener distanti gli arrampicatori di tutta la provincia da quel giardino. Tanto distanti quanto quell’ultimo spit dalla catena dell’unica via di riscaldamento.

chicco sega

Chicco sul famoso 6b di riscaldo “Non Val Saper”

Col ritmo di due/tre vie d’estate, la falesia cresceva. Gli anni e gli aneddoti scorrevano veloci, come gli arrampicatori che la visitavano. Chi veniva invitato, spesso con l’inganno, scriveva il suo aneddoto e spariva.
Come biasimarli. La falesia oltretutto era fuori moda per il tempo: troppo verticale.
I licheni, quasi sempre presenti nei primi metri della maggior parte delle vie, comportavano un uso magistrale dei piedi ed una fiducia sconsiderata in quelle prese che, sempre nei primi metri, suonavano vuoto al batter di ogni rinvio. Si insomma, gli antipodi del Pan Gullich.
Come la benzina anni prima, così stava terminando il tempo del Peci alla Sega. Pian piano sparì, prima come arrampicatore, poi come chiodatore e poi come assicuratore, attirato da ben altri e più importanti muri (quelli di casa sua, in ristrutturazione).
Continuai da solo per un periodo, motivato più dal fatto di non dipendere da nessuno in quell’arte verticale. Chiodavo solo per me, ormai, continuamente combattuto sullo spit in più o quello in meno, obbligandomi, spesso inutilmente, in runout dal vago sapore francese. Inutili appunto, ma stimolanti.
Da lì a poco avrei intrapreso la strada che porta dalle comode falesie di valle alle più famose vie (crollo)dolomitiche ed in questo, sicuramente, la roccia della Sega, mi aveva preparato.
Poi, un pomeriggio, in negozio: “Ciao, mi chiamo Andrea, mi hanno ritirato la patente, scalare è atomico, so che vai in Sardegna. Posso venire con voi?”
Sarebbe troppo lungo, una storia a parte, parlare di come nasceva, nel 2009, questa amicizia, con un giovane scapestrato che conosceva solo superlativi. Che qualsiasi porzione di roccia vedeva era galattica, stratosferica, mondiale. Che si apprestava ad affrontare la Gullich sulla sarda punta Giradili, con un paio di cobra esageratamente troppo grandi, per i quattrocento metri di quelle gocce.
Negli anni a venire, le cobra si restrinsero, poi vennero sostituite, poi non fu più il Mediterraneo a fare da sfondo.
Quando arriva Andreino, la Sega sta scivolando nel silenzio che precede il volo, come l’ennesimo, sporadico arrampicatore su quell’appoggio troppo svaso, quella tacca troppo lichenosa e quello spit non più divertentemente troppo basso.
Nuova energia, nuovo entusiasmo, nuovi occhi. Nuove linee e nuove storie. Nuovi amori descritti e poi persi, in quei runout.
Distante da ogni esperimento sociale,come fu poi Ceredo-Falconi, la chiodatura nel tempo si è un po’ ammorbidita. Ma l’idea comune, da sempre, è stata che ci fosse dell’aria, dove la roccia o l’inclinazione lo consentisse, tra una protezione e l’altra. La distanza degli spit non deve fare la difficoltà ma, di fatto, fa la differenza. E, se gestita con attenzione, è un valore aggiunto, all’arrampicata. E qua, Andreino ed io, ne abbiamo aggiunto un po’, di quel valore.

Nuova energia aggrega nuovi compagni, di corda e di birra.
Tanta, come quella portata a spalle da un Bruno, alla prima (e unica) festa di apertura della falesia al pubblico, troppo forte e troppo buono per esprimersi solo sulle piccole e cattive rughe di questo calcare. Tanto buono che decide di dedicare alla falesia alcune giornate di lavoro, scovando le prese più grosse e regalando ai posteri il primo (e ancora unico) 6a.
C’è stato un tempo in cui voci, classiche di coloro che, sentendosi esclusi da un improbabile elite arrampicatoria, attaccano piuttosto che chiedere, hanno voluto dipingere la falesia anche come segretamente tenuta nascosta. Complice il fatto che, proprio nel territorio veronese, in passato, sono state prese decisioni “impopolari” riguardo alcune falesie, una in particolare. Ma a volte, le falesie vanno protette e chi chioda ha il diritto di assumersene la responsabilità. Ma è un discorso lungo.
Non è mai stata nascosta; non è mai stata pubblicizzata, semmai. E’ stata protetta soprattutto l’incolumità degli sprovveduti, quello si, nel caso della Sega. Ma senza la volontà di negare l’accesso a nessuno. E’ la, dal 2000. Con i suoi licheni.
Così, anche per prendere le distanze dai vecchi campanilismi che, hanno segnato e forse ancora segnano (perché probabilmente è più interessante così) una virtuale spaccatura tra est e ovest, nel mondo verticale veronese, abbiamo accettato venisse pubblicata, in una importante guida, la relazione della falesia.
Oggi, vedendola relegata sull’ultima pagina di quella guida, dove sono descritte ben più grandi e famose falesie della provincia, capisco quanto sia fuori luogo, distante dal mio modo di vedere questo posto. Così distante che infatti è la Lessinia trentina che la ospita, all’altitudine di circa 1100m slm.
Durante l’estate del 2014, un meteo decisamente ostile ha congelato la falesia. Una mia (ma non solo la mia) corda fissa è rimasta appesa per due inverni, come un cartello “lavori in corso”, ad indicare un amore che finiva, in silenzio, come l’autunno che stava avanzando.
L’ho recuperata nei giorni scorsi, dopo aver liberato quel tiro, dopo aver sciolto il nodo che la fissava all’albero lassù, oltre la catena e anche dopo aver fortunatamente ritrovato quell’amore.
I lavori continuano. Altri giovani volti si contraggono nella fatica che comporta arcuare le dita sulle righe che abbiamo scritto ormai un decennio fa.
Credo siano nate in questa falesia anche le rughe che segnano il mio viso oggi.
E la chiamavamo la falesia del futuro. Che non era poi così distante.”

Le Vie:
SETTORE PLACCA
– Giorni Tranquilli, 7a
– Gioca il Jolly, 7a+
– Passeggita al Confine, 7a+
– Sarà in Silenzio, 7b
– Sempre Semprissimo, 6a
– Cocccinella, 6b+
– Var. Livanos Stamatiu, 6c+ (Parte su “Coccinella” poi dritta a sx)
– Thor, 7a+
– Non ti fidar…, 7a+
– Polvere nel Vento, 7a+ (Su dritta incrociando “Per un Punto..”)
– Per un Punto…, 7a (Zigo zaga verso sinistra seguendo la logica delle prese)
– Se ti Perdi tuo Danno, 7b
– I Amici di Otzi, 7c (Sosta in comune con “Solo per un Vecchio”)
– Solo per un Vecchio, 7b
– Non val Saper, 6b (storico riscaldo)
– Fine di un Giorno Perfetto, 7c+
– Pinocchio Finocchio, 7c (evidente fessurone)
– Geppetto Interdetto, 7a/+ (Parte con “Pinocchio” poi destra)
– Bananacoccobaobab, 7c (Sosta in comune con “Geppetto”)
– Maturanda, 7b
– Rasta e Nuvole, 6b+ (parte con “Maturanda” poi dritta)

SETTORE VENETO-TRENTINO
– Scavalca le Montagne, 7a+/b
– Veneto/Trentino Style, 6c
– Bimbominchia, 7a

SETTORE STRAPIOMBI
– Jungle Boogie, 7a+
– Ratatullie, 6b+
– Sunshine, NL
– Galactica, 8a
– Hai Voluto la Bici adesso Pedala, 7c+/8a
– Part Man Part Monkey, 7c
– Vaginone, 7c
– Bigbamboo, 7a
– Heart of Stone, NL
– Pain & Gain, NL

Avvicinamento/esposizione:
Da Verona; Arrivati a passo Fittanze scendere verso l’abitato di Sega di Ala e oltrepassarlo. Segue una “”Chican” su ponte piccolo con capitello, proseguire per 200mt fino a un parcheggio sulla destra. Seguire la strada forestale in leggera discesa, al bivio prendere l’evidente sentiero che sale sulla destra che porta alla parete “Settore Strapiombi”, 10min.
Dalla val d’Adige; Raggiungere passo Fittanze da Ala, il parcheggio sarà sulla sinistra.
La falesia è esposta a Nord/Ovest a 1100mt e il sole arriva nel tardo pomeriggio verso le 15/16, dunque ottima per l’estate.

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Punti d’appoggio:
http://www.albergomontilessini.com/
http://campeggioalfaggio.it/

Buone tacche,

Andreino.

 

Avvertenza:

Queste informazioni sono state scritte con la massima coscienziosità e serietà ma non si garantisce per eventuali errori o incompletezze. Ricordo, inoltre, che arrampicare è uno sport potenzialmente pericoloso per cui non mi assumo nessuna responsabilità per eventuali incidenti o qualsiasi altra conseguenza.

Pilastro “Andrea Zambaldi”

Chissà perche è ancora la selvaggia val d’Ambiez ad attirare la mia attenzione?!?
Semplicemente perché è un posto spettacolare, unico e fuori dal mondo…

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Alla base di questo pilastro si resta pietrificati, lo sguardo vaga verso l’alto e non si vede l’ora di partire a scalare.
Una salita impegnativa dal punto di vista sia psicologico che nel saper posizionare bene i friend, spit solo alle soste e difficoltà fino al 7a, ti fanno guadagnare la cima con grande soddisfazione.
Insomma 11 tiri spettacolari, ognuno con il suo perché, regaleranno ai ripetitori una gran giornata in parete.
Un’avventura che mi ha dato tanto, soprattutto dal punto di vista di crescita personale ed emozioniale dove ho raggiunto veramente una dimensione parallela in piena simbiosi con quello che può trasmettere la Montagna… e dove vogliamo ricordare il Zamba.

1.Tracciato
Un grande grazie al mitico Gian che ancora una volta si è dimostrato un grande socio, con il quale condividere questa salita è stato veramente unico.
Grazie anche al Duzz per avermi aiutato a portare su le statiche e risalire i primi 4 tiri aperti nel 2014, a Ulrich per avermi accompagnato nella RP, al Giorgio del servizio jeep (tel. 333.3198204) sempre disponibile e amichevole e ad Anna e Matteo del rifugio Cacciatore.

Adesso il prossimo passo sarà quello di tornare su verso settembre per concludere il super progetto che è nato con Pietro Bagnara, cioè rappresentare tutte queste emozioni in un bel video.

Dunque, nell’attesa, pubblico la relazione cosicchè in 2 mesi la via possa essere ripetuta e giudicata.

2.Relazione

Ps: ho lasciato in parete delle statiche che serviranno per le riprese, dunque per le calate “consiglio” di passare le corde nel moschettone a ghiera della statica e non nell’anello di calata perchè altrimenti vengono pizzicate (tra ghiera ed anello) e faticano a scorrere…constatato! 😉

Avvicinamento:
Raggiunto il rifugio Cacciatore salire fino alla Malga Prato di sopra e poi prendere il sentiero 251 che porta fino ai risalti rocciosi del Ghez (val di Dalun). Qui risalire questa piccola valle e tenere la sinistra (ghiaione) verso il pilastro “Andrea Zambaldi” che è ben evidente e situato in fronte al Ghez (1 ora).

 

Buone tacche,

Andrein.

 

Ringrazio: Wild Climb, Patagonia, ProAction e OpenCircle.