Falesia della Sega “La Lama”

“LA LAMA”

Un pò lunga ma è la sua storia:

Di Francesco Chicco Fontebasso

“C’è un posto, incastrato tra le pieghe della Lessinia, nel punto in cui l’altipiano precipita (irrimediabilmente e dal lato sbagliato) nella Val d’Adige, dove sono immortalate sulla roccia storie di amicizia, amori e ricordi.
Si parla di emozioni. E si scrive su roccia. Quella, appunto, della parte sbagliata della Val d’Adige. Quella che, come fosse un quaderno dove si racconta di vicende e di uomini, spesso si sfoglia.
Alcune di queste pagine sono belle. Molto belle. Di una grana che graffia. E ospitano racconti profondi qualche millimetro. Profondi come le prese che bisogna tenere per leggerne la favola, molte volte tutta d’un fiato, fino all’ultimo capitolo.
Altre sono patinate, delicate, tanto che scivolano via trascinando nel vuoto l’incauto lettore.

Quando si parla di una falesia usando toni come “emozioni”, “favole”, “racconti”, ”amori”, si entra talmente tanto nel personale che diventa difficile essere obiettivi.
Non so più se sia o meno una bella falesia, forse; sicuramente è un posto importante.
Perché è dove ho chiodato la prima via, perché è dove ho chiodato soprattutto per me.

Erano gli anni in cui scalavamo ormai tanto, tantissimo a Ceredo.
Avevamo voglia di siti nuovi, relativamente comodi, con esposizioni nuove, che fossero accessibili anche con il meteo avverso.
Ma guardavamo con occhi strapiombanti.
Così nel nostro vagare provinciale, approfondito e metodico, in un pomeriggio esplorativo come tanti, questa barra di roccia per lo più verticale e peraltro nemmeno tanto solida, ci passò indifferente.
Erano gli ultimi anni del ‘900, gli anni che precedevano il MilleniumBug e i suoi strascichi, e avevamo già visto tutto senza trovare nulla. Ceredo restava (e tutt’oggi resta) la falesia che tutti vorrebbero scovare.
Ma qualcosa cominciava a cambiare. Un tarlo aveva fatto strada. Inconsapevolmente.
Michele Peci Campedelli, Andrea Vecchio Melotti e Roberto Biciu Franzoni tornarono sotto quella barra di roccia. E lo fecero con un trapano a benzina, una manciata di spit e troppo poca benzina.
Nacquero la prima via della falesia, un 7a ormai storico, in seguito allungato, e gli ultimi movimenti di una placca di equilibrio dopo una fessura fisica. E finì la benzina. Poi finì l’estate. E poi fu ancora Ceredo e le sue “inverticalità”.
Dopo l’inverno che ne seguì, avevo ormai definitivamente compreso che non ero capace di arrampicare, se non sulle grosse prese di quella volta incantata. Che i piedi erano un’interessante, ma scomoda e pesante appendice, per come li usavo. Un amico mi consigliò di tornare ai seibì di placca e di imparare a scalare seriamente.
Ho pensato di fare due cose insieme. Imparare a chiodare, continuando quel progetto di falesia alternativa, e prepararmi un terreno verticale che sostituisse PanGullich e trazioni.
Quindi siamo tornati lassù io, un po’ più benzina e il Peci che, finchè terminava di chiodare “Solo per un vecchio”, consigliava a me, sulla linea a fianco, posizionamento, distanze e ancora distanze degli spit.
Era la mia prima via e avevo inconsapevolmente “disegnato”, con la supervisione di quel “maestro”, il seibì che, da solo e per anni, bastò a tener distanti gli arrampicatori di tutta la provincia da quel giardino. Tanto distanti quanto quell’ultimo spit dalla catena dell’unica via di riscaldamento.

chicco sega

Chicco sul famoso 6b di riscaldo “Non Val Saper”

Col ritmo di due/tre vie d’estate, la falesia cresceva. Gli anni e gli aneddoti scorrevano veloci, come gli arrampicatori che la visitavano. Chi veniva invitato, spesso con l’inganno, scriveva il suo aneddoto e spariva.
Come biasimarli. La falesia oltretutto era fuori moda per il tempo: troppo verticale.
I licheni, quasi sempre presenti nei primi metri della maggior parte delle vie, comportavano un uso magistrale dei piedi ed una fiducia sconsiderata in quelle prese che, sempre nei primi metri, suonavano vuoto al batter di ogni rinvio. Si insomma, gli antipodi del Pan Gullich.
Come la benzina anni prima, così stava terminando il tempo del Peci alla Sega. Pian piano sparì, prima come arrampicatore, poi come chiodatore e poi come assicuratore, attirato da ben altri e più importanti muri (quelli di casa sua, in ristrutturazione).
Continuai da solo per un periodo, motivato più dal fatto di non dipendere da nessuno in quell’arte verticale. Chiodavo solo per me, ormai, continuamente combattuto sullo spit in più o quello in meno, obbligandomi, spesso inutilmente, in runout dal vago sapore francese. Inutili appunto, ma stimolanti.
Da lì a poco avrei intrapreso la strada che porta dalle comode falesie di valle alle più famose vie (crollo)dolomitiche ed in questo, sicuramente, la roccia della Sega, mi aveva preparato.
Poi, un pomeriggio, in negozio: “Ciao, mi chiamo Andrea, mi hanno ritirato la patente, scalare è atomico, so che vai in Sardegna. Posso venire con voi?”
Sarebbe troppo lungo, una storia a parte, parlare di come nasceva, nel 2009, questa amicizia, con un giovane scapestrato che conosceva solo superlativi. Che qualsiasi porzione di roccia vedeva era galattica, stratosferica, mondiale. Che si apprestava ad affrontare la Gullich sulla sarda punta Giradili, con un paio di cobra esageratamente troppo grandi, per i quattrocento metri di quelle gocce.
Negli anni a venire, le cobra si restrinsero, poi vennero sostituite, poi non fu più il Mediterraneo a fare da sfondo.
Quando arriva Andreino, la Sega sta scivolando nel silenzio che precede il volo, come l’ennesimo, sporadico arrampicatore su quell’appoggio troppo svaso, quella tacca troppo lichenosa e quello spit non più divertentemente troppo basso.
Nuova energia, nuovo entusiasmo, nuovi occhi. Nuove linee e nuove storie. Nuovi amori descritti e poi persi, in quei runout.
Distante da ogni esperimento sociale,come fu poi Ceredo-Falconi, la chiodatura nel tempo si è un po’ ammorbidita. Ma l’idea comune, da sempre, è stata che ci fosse dell’aria, dove la roccia o l’inclinazione lo consentisse, tra una protezione e l’altra. La distanza degli spit non deve fare la difficoltà ma, di fatto, fa la differenza. E, se gestita con attenzione, è un valore aggiunto, all’arrampicata. E qua, Andreino ed io, ne abbiamo aggiunto un po’, di quel valore.

Nuova energia aggrega nuovi compagni, di corda e di birra.
Tanta, come quella portata a spalle da un Bruno, alla prima (e unica) festa di apertura della falesia al pubblico, troppo forte e troppo buono per esprimersi solo sulle piccole e cattive rughe di questo calcare. Tanto buono che decide di dedicare alla falesia alcune giornate di lavoro, scovando le prese più grosse e regalando ai posteri il primo (e ancora unico) 6a.
C’è stato un tempo in cui voci, classiche di coloro che, sentendosi esclusi da un improbabile elite arrampicatoria, attaccano piuttosto che chiedere, hanno voluto dipingere la falesia anche come segretamente tenuta nascosta. Complice il fatto che, proprio nel territorio veronese, in passato, sono state prese decisioni “impopolari” riguardo alcune falesie, una in particolare. Ma a volte, le falesie vanno protette e chi chioda ha il diritto di assumersene la responsabilità. Ma è un discorso lungo.
Non è mai stata nascosta; non è mai stata pubblicizzata, semmai. E’ stata protetta soprattutto l’incolumità degli sprovveduti, quello si, nel caso della Sega. Ma senza la volontà di negare l’accesso a nessuno. E’ la, dal 2000. Con i suoi licheni.
Così, anche per prendere le distanze dai vecchi campanilismi che, hanno segnato e forse ancora segnano (perché probabilmente è più interessante così) una virtuale spaccatura tra est e ovest, nel mondo verticale veronese, abbiamo accettato venisse pubblicata, in una importante guida, la relazione della falesia.
Oggi, vedendola relegata sull’ultima pagina di quella guida, dove sono descritte ben più grandi e famose falesie della provincia, capisco quanto sia fuori luogo, distante dal mio modo di vedere questo posto. Così distante che infatti è la Lessinia trentina che la ospita, all’altitudine di circa 1100m slm.
Durante l’estate del 2014, un meteo decisamente ostile ha congelato la falesia. Una mia (ma non solo la mia) corda fissa è rimasta appesa per due inverni, come un cartello “lavori in corso”, ad indicare un amore che finiva, in silenzio, come l’autunno che stava avanzando.
L’ho recuperata nei giorni scorsi, dopo aver liberato quel tiro, dopo aver sciolto il nodo che la fissava all’albero lassù, oltre la catena e anche dopo aver fortunatamente ritrovato quell’amore.
I lavori continuano. Altri giovani volti si contraggono nella fatica che comporta arcuare le dita sulle righe che abbiamo scritto ormai un decennio fa.
Credo siano nate in questa falesia anche le rughe che segnano il mio viso oggi.
E la chiamavamo la falesia del futuro. Che non era poi così distante.”

Le Vie:
SETTORE PLACCA
– Giorni Tranquilli, 7a
– Gioca il Jolly, 7a+
– Passeggita al Confine, 7a+
– Sarà in Silenzio, 7b
– Sempre Semprissimo, 6a
– Cocccinella, 6b+
– Var. Livanos Stamatiu, 6c+ (Parte su “Coccinella” poi dritta a sx)
– Thor, 7a+
– Non ti fidar…, 7a+
– Polvere nel Vento, 7a+ (Su dritta incrociando “Per un Punto..”)
– Per un Punto…, 7a (Zigo zaga verso sinistra seguendo la logica delle prese)
– Se ti Perdi tuo Danno, 7b
– I Amici di Otzi, 7c (Sosta in comune con “Solo per un Vecchio”)
– Solo per un Vecchio, 7b
– Non val Saper, 6b (storico riscaldo)
– Fine di un Giorno Perfetto, 7c+
– Pinocchio Finocchio, 7c (evidente fessurone)
– Geppetto Interdetto, 7a/+ (Parte con “Pinocchio” poi destra)
– Bananacoccobaobab, 7c (Sosta in comune con “Geppetto”)
– Maturanda, 7b
– Rasta e Nuvole, 6b+ (parte con “Maturanda” poi dritta)

SETTORE VENETO-TRENTINO
– Scavalca le Montagne, 7a+/b
– Veneto/Trentino Style, 6c
– Bimbominchia, 7a

SETTORE STRAPIOMBI
– Jungle Boogie, 7a+
– Ratatullie, 6b+
– Sunshine, NL
– Galactica, 8a
– Hai Voluto la Bici adesso Pedala, 7c+/8a
– Part Man Part Monkey, 7c
– Vaginone, 7c
– Bigbamboo, 7a
– Heart of Stone, NL
– Pain & Gain, NL

Avvicinamento/esposizione:
Da Verona; Arrivati a passo Fittanze scendere verso l’abitato di Sega di Ala e oltrepassarlo. Segue una “”Chican” su ponte piccolo con capitello, proseguire per 200mt fino a un parcheggio sulla destra. Seguire la strada forestale in leggera discesa, al bivio prendere l’evidente sentiero che sale sulla destra che porta alla parete “Settore Strapiombi”, 10min.
Dalla val d’Adige; Raggiungere passo Fittanze da Ala, il parcheggio sarà sulla sinistra.
La falesia è esposta a Nord/Ovest a 1100mt e il sole arriva nel tardo pomeriggio verso le 15/16, dunque ottima per l’estate.

IMG_4444

 

Punti d’appoggio:
http://www.albergomontilessini.com/
http://campeggioalfaggio.it/

Buone tacche,

Andreino.

 

Avvertenza:

Queste informazioni sono state scritte con la massima coscienziosità e serietà ma non si garantisce per eventuali errori o incompletezze. Ricordo, inoltre, che arrampicare è uno sport potenzialmente pericoloso per cui non mi assumo nessuna responsabilità per eventuali incidenti o qualsiasi altra conseguenza.

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